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"meritocrazia : 4 proposte concrete" di roger abravanel -- da non perdere anzi da ombrellone -- e da non confondere con Brunetta

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Sto leggendo con interesse il libro di Roger Abravanel, ex-McKinsey e attuale membro del CdA di varie società tra cui anche di IIT -- l'Istituto Italiano di Tecnologia.  Da segnalare che esplicitamente si fa vedere come ne' la destra ne' la sinistra italiane sono meritocratiche --- la destra nel NON volere le tasse di successione, anzi nell'abolirle, si dimostra anni luce lontana dalle logiche di Bill Gates, Warren Buffett e altri 1600 straricchi USA che, contro gli interessi dei loro stessi figli, si rivoltarono contro una proposta di George Bush di innalzare il tetto della tassa da 1 milione a 3.5 milioni in USA. La sinistra, troppo attenta a difendere i privilegi dei deboli senza distinzioni e di nuovo, senza meritocrazia.

Abravanel propone 4 idee concrete per creare una nuova classe dirigente molto basata sul merito. Molto basate su educazione riformata pesantemente a livello preuniversitario e universitario: molto basata su

1) trasparenza, "il miglior disinfettante e' la luce del sole"
2) misurazione ex ante, ex post e in continuo (gli italiani sono allergici alle classifiche)
3) task force di giovani talenti, da modello inglese di "delivery unit" di Tony Blair
4) sforzo culturale per invertire il declino puntando sul merito, ma anche sfatando molti miti, e studiando cosa funziona e cosa non funziona negli altri paesi --- nepotismo, raccomandazioni, esistono altrove ma vanno in senso diverso

Da notare che la "misurazione" deve avvenire a tutti i livelli, dagli studenti ai professori ai Rettori.  Su questi ultimi, per es., si segnala che l'elezione da parte dei docenti non e' un modello vincente. La BOCCONI invece e' l'unica in Italia che ha un CdA esterno.  Il che' non deve voler dire nomina politica, ovviamente.  In tutte queste proposte, aleggia l'incognita dell'applicazione che come spesso succede, rischia in Italia di essere una cura peggiore del male!

Michele Ciavarella

Allego 2 recensioni. 

Attualità

Task force antisprechi

di Luca Piana

Varare squadre di giovani che studino come migliorare la pubblica amministrazione. E premiare il merito. La ricetta del manager. Colloquio con Roger Abravanel


Licenziare i fannulloni? Spingere a più non posso con il federalismo? In queste settimane il dibattito politico è infiammato dalle ricette che il nuovo governo sta elaborando per riformare la pubblica amministrazione. Cacciare gli scansafatiche dagli uffici, come promette il ministro Renato Brunetta, o sottrarre a Roma potere decisionale, come chiede la Lega, rischiano di rivelarsi provvedimenti insufficienti per curare i mali del sistema-Italia. Lo sostiene in questa intervista Roger Abravanel, autore di 'Meritocrazia' (Garzanti editore), un saggio da pochi giorni in libreria.

Nel libro Abravanel mette al centro della sua critica la radicata mancanza di meritocrazia nei meccanismi che, in Italia, conducono le persone ai vertici del potere economico, politico e sociale. È questa mancanza che ha finito per rendere la nostra società "la più disuguale e ingiusta del mondo occidentale": chi nasce povero, ha maggiori probabilità che altrove di rimanere povero; e i figli troppo spesso possono al più seguire il sentiero tracciato dai padri, senza riuscire ad accrescere la loro posizione nelle gerarchie sociali.

La biografia di Abravanel rende la sua analisi particolarmente interessante. Nato a Tripoli nel 1946, a 16 anni venne spedito a Milano per studiare al Politecnico. La famiglia, racconta, lo raggiunse poco dopo con gli unici averi che stavano in una valigia, in fuga dal regime del colonnello Gheddafi. Lui ci scherza su, dicendo che deve anche al dittatore libico se ha potuto approfittare "della rivoluzione meritocratica del secolo scorso, che ha creato opportunità per i più meritevoli indipendentemente dal ceto sociale di provenienza".

Il giovane ingegnere entrò nel colosso della consulenza McKinsey, dove è rimasto 34 anni, raggiungendo i vertici e lavorando con le maggiori aziende del mondo. Per aiutare l'Italia a uscire dal "circolo vizioso del demerito", Abravanel ha elaborato una serie di proposte. Con



'L'espresso' ha accettato di parlarne partendo dai deprimenti dati delle amministrazioni di città e regioni, oggetto dell'inchiesta di queste pagine. "In primo luogo", dice, "possiamo chiederci se esistono vie d'uscita da questa crisi. La mia risposta è sì, visto che da qualche parte è già accaduto".

Dove?
"A Torino. Pochi anni fa la città, con la crisi della Fiat, si è scoperta povera e con scarse prospettive. Le autorità locali hanno collaborato per spostare il centro dell'economia dall'industria ai servizi. Uno dei simboli è il Lingotto: da fabbrica si è trasformata in un centro per esposizioni, eventi culturali, grandi manifestazioni. Nei migliori alberghi della città un tempo c'erano fornitori e consulenti Fiat; oggi si trovano turisti che arrivano dall'Italia e dall'estero".

Il libro di Roger Abravanel

Merito della politica?
"È successo perché gli amministratori, invece di organizzare convegni, si sono focalizzati su alcuni obiettivi concreti da consegnare ai cittadini. Osservare leader in grado di ottenere i risultati che promettono trasmette fiducia a tutto il sistema, un fattore essenziale per rompere il circolo vizioso del demerito. Credo che non sia casuale il fatto che a Torino si trovi uno degli eroi sconosciuti della meritocrazia che racconto nel mio libro, il presidente del Tribunale civile Mario Barbuto".

Quali sono i suoi meriti?
"Nel 2001 ha deciso che era arrivato il momento di ridurre i tempi della giustizia. Oggi il 93 per cento delle cause civili in corso ha meno di tre anni, il 66 meno di un anno, dati che rendono il Tribunale di Torino un caso quasi unico in Italia. Il segreto è stato riscoprire e misurare il merito anche nella magistratura. Non sono serviti straordinari, Barbuto ha semplicemente definito gli obiettivi, creato incentivi soprattutto di natura morale e responsabilizzato i magistrati".

Come replicare questi esempi altrove?
"Il principio è semplice: la meritocrazia è un sistema di valori che permette ai migliori di crescere e trascinare gli altri. La mia prima proposta è adottare il metodo di Tony Blair in Gran Bretagna: dieci anni fa creò una 'delivery unit', un gruppo di 50 giovani che aveva il compito di individuare e consegnare ai cittadini le proposte per migliorare la qualità dei servizi e ridurre gli sprechi. Il capo dell'unità, Michael Barber, ne parla come dei cinquanta 'bravissimi giovani che hanno cambiato la vita di 50 milioni di connazionali'. Il rischio in questi casi è creare enti inutili: non è successo perché Blair dedicò molto tempo al gruppo, costringendo i suoi ministri a tradurre in azione suggerimenti concreti, come la riduzione dei tempi d'attesa per una Tac in un certo ospedale o la lotta ai furti in determinate zone".





Nei servizi pubblici oggi si parla soprattutto di cacciare i fannulloni.
"E va bene. Mi domando però quanti siano i fannulloni sui tre milioni di dipendenti pubblici. Ventimila? Una volta che li hai cacciati, che fai con gli altri? Il problema è creare una nuova classe dirigente, capace e moderna. Se una grande città o una Regione si dotasse di una 'delivery unit' selezionando in modo meritocratico alcuni giovani per studiare gli interventi possibili, nascerebbe un gruppo di persone in grado di affermarsi e di fare da esempio agli altri. I cinquanta di Barber non erano 'figli di', erano semplicemente i migliori".

Sindaci e governatori si lamentano di avere pochi poteri. E nei confronti di molte istituzioni locali, come le province, c'è scarsa fiducia.
"In primo luogo pochi Paesi come l'Italia hanno poteri locali così forti. Basta pensare che in Gran Bretagna tra le grandi città solo Londra ha il sindaco, una figura che era stata eliminata da Margaret Thatcher. Gli spazi per interventi concreti ci sono già: le regioni gestiscono la sanità, i comuni attività che influenzano parecchio la vita dei cittadini: possono intervenire sul decoro pubblico, costringere i vigili urbani a stare in strada invece che negli uffici, devono gestire al meglio la raccolta rifiuti o potenziare i trasporti pubblici".

E in secondo luogo?
"Mi lasci dire che in Italia amiamo le mode. Gli enti locali non funzionano? Cancelliamo le province e magari replichiamo l'intero Stato in ogni regione. Ci andrei con maggiore cautela: le province possono essere utili se permettono a comuni troppo piccoli di agire con maggiore massa critica, come avviene negli Stati Uniti con le contee. La devolution dev'essere flessibile e, per funzionare, presuppone un governo centrale fortissimo, in grado di imporre a tutti linee guida in determinati ambiti".

A che cosa pensa, in particolare?
"Alla scuola, che nel favorire il merito gioca un ruolo fondamentale. Pochi sanno che la meritocrazia è nata negli anni Trenta quando l'università americana di Harvard introdusse i 'test di attitudine scolastica'. I Sat, come sono chiamati, vennero definiti giustamente l'arma segreta della meritocrazia: hanno reso possibile l'accesso a Harvard agli ebrei del ghetto, agli immigrati indiani, agli italiani di Brooklyn, rompendo il monopolio dei bianchi protestanti di origine anglosassone. Oggi, in Italia, per restituire meritocrazia serve qualcosa di simile".

Perché?
"Abbiamo 70 università che aspirano a essere come Harvard, nessuna che raggiunge l'eccellenza. La mia proposta è introdurre i test per gli studenti e permettere ai migliori di scegliere le migliori università. Questo selezionerebbe le università e il governo, facendo leva su risultati monitorabili, potrebbe finanziare solo le migliori, costringendo le altre a chiudere o riqualificarsi. Dare le giuste possibilità agli studenti più bravi, da qualsiasi luogo arrivino, è l'unica strada per garantire pari opportunità e mobilità sociale. È un processo che può essere coordinato solo da un governo dotato di poteri forti, perché localmente nessuno vuole rinunciare all'università di casa. A livello locale l'inerzia delle lobby pesa parecchio: per questo il governo dev'essere in grado di imporre linee guida comuni, magari portando in tribunale quei sindaci che si rifiutano di liberalizzare o regolamentare meglio i servizi locali. Come fa l'Unione europea con gli Stati membri che non rispettano le sue direttive. Forse così le nostre città avrebbero finalmente più taxi a buon mercato".

Resta però l'idea del libro che la meritocrazia nasce dal basso.
"Certamente. La meritocrazia esige un cambiamento culturale, che avviene quando in vari gangli della società nascono 'semi del merito' che si sviluppano in vere 'comunità del merito', capaci di contagiare il resto del sistema. Non ci vuole un ente centrale che controlla tutto, ma centinaia di comunità che nascono in maniera spontanea. Magari proprio nelle città e nelle regioni".

(22 maggio 2008)




30-05-2008

Sprechi, impiegati "fannulloni", dirigenti strapagati per servizi inefficienti. Così molti cittadini vedono la Pubblica Amministrazione. E da qualche tempo, è il caso di ricordarlo, anche qualche politico. Quello che forse indispone di più la gente comune è vedere persone che occupano determinate posizioni senza averne le competenze, le capacità, il titolo di studio. Sul "mal di merito" è uscito da pochi giorni il libro di Roger Abravanel Meritocrazia 4 proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto (Garzanti Libri).

La scarsa cultura del merito, secondo Roger Abravanel, è la causa principale dell'impoverimento del nostro paese, che definisce "la società più ineguale del mondo occidentale", dove è altamente probabile che il figlio segua la strada del padre. Buon per lui se il suo livello professionale è elevato.

L'approccio interessante di questo libro è la fattibilità dei suggerimenti per sconfiggere le cattive abitudini. Dall'Europa all'Asia, in società più avanzate della nostra nello sviluppo della meritocrazia, l'autore raccoglie una serie di esperienze pilota nelle aziende, nella pubblica amministrazione, nei sistemi educativi, nelle organizzazioni militari. Esempi di eccellenza che possono essere importabili per gettare anche in Italia semi di meritocrazia.

Tuttavia, siccome non è giusto fare di tutta l'erba un fascio, l'autore segnala alcuni casi dove il merito è stato applicato anche a casa nostra. Esempi raccolti nelle imprese, nella ricerca scientifica, nella giustizia dimostrano che anche da noi praticare la meritocrazia si può. A Torino il recupero del Lingotto, per esempio, o il drastico calo dei tempi della Giustizia del Tribunale civile. Eroismi? No semplicemente casi in cui gli amministratori hanno decido di ascoltare i cittadini e focalizzarsi sulla realizzazione degli impegni presi.

Per ridare slancio all'economia del nostro Paese Roger Abravanel propone di valorizzare il talento nella scuola e nell'università, negli enti pubblici e nelle imprese, restituire ai consumatori e ai cittadini un ruolo centrale, aumentare le opportunità per le donne e i giovani. Questi ultimi soprattutto. In Italia, dove se hai meno di trent'anni non ti stanno neanche ad ascoltare perché sei troppo inesperto, Abravanel suggerisce alle città o alle regioni di dotarsi di una "delivery unit" (leggi l'intervista all'autore sull') selezionando in modo meritocratico alcuni giovani, davvero i più competenti, per studiare le migliori politiche pubbliche da attuare sul territorio.

G.I.


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Prof. Ing. Michele CIAVARELLA www.micheleciavarella.it mciava@lms.polytechnique.fr
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Università senza un euro

di Roberta Carlini
Con un comma nella finanziaria Tremonti taglia i fondi per gli atenei. A cui però viene data una nuova possibilità: trasformarsi in fondazioni per farsi finanziare dai privati e dalle banche. Funzionerà?
 
Non era mai successo nella storia della più antica università occidentale. Lunedì 21 a Bologna si riuniranno, in assemblea straordinaria, gli stati maggiori di tutti gli atenei dell'Emilia Romagna. Oggetto: l'ennesima rivoluzione dell'università, introdotta da un comma del decreto legge Tremonti sulla finanza pubblica.

Quello che lascia a secco, di qui al 2012, il fondo statale di finanziamento dell'istruzione universitaria dando agli atenei in cerca di risorse solo una scappatoia: trasformarsi in fondazioni di diritto privato e ricevere donazioni esentasse, sul modello delle charities americane. Ma mentre contro i tagli e il blocco delle assunzioni c'è rivolta generalizzata nell'accademia italiana, sul modello-charity qualcuno comincia a fare un pensierino. Guardando, più che all'impresa privata italiana, assai avara nella spesa per la ricerca, soprattutto ai tesoretti depositati in altre fondazioni: quelle bancarie.

Tra le prime a muoversi, ci sono le università più piccole ma dinamiche. Come quella di Trento, che attualmente prende solo il 55 per cento dei suoi fondi allo Stato, a cui si aggiunge una buona fetta (il 21 per cento, 30 milioni all'anno) proveniente dalla benestante provincia autonoma in cui risiede, e un altro 10 per cento da finanziamenti europei e di industrie private. "Cari colleghi, parliamone senza preclusioni ideologiche", ha scritto in una lettera ai dipendenti il rettore Davide Bassi. Che non è tenero verso la manovra Tremonti-Gelmini: "è un massacro, che taglia i fondi per tutti, a prescindere dal fatto che abbiano o meno i conti in ordine", dice. In particolare, aggiunge, il blocco del turn over (si potranno sostituire solo al 20 per cento i prof che vanno in pensione), "per noi è un rischio mortale".

Ma non è solo per la possibilità di aggirare questi vincoli che il rettore di Trento apre alle fondazioni. "Oltre che di mancanza di fondi, l'università italiana soffre perché non sa gestire bene la sua autonomia e non ha flessibilità di gestione, ad esempio nel reclutamento dei docenti e nella loro valutazione". Ma attenzione: su questo il decreto non dice niente. E poi: "Un modello di gestione privatistico e aperto all'esterno va bene, ma nessuna università può vivere senza la garanzia di un capitale o di un flusso di finanziamenti pubblici". Sul fatto che l'impegno finanziario pubblico non debba scendere concordano tutti, favorevoli e contrari all'apertura alle fondazioni. Mentre nel disegno di Tremonti la premessa è proprio nei tagli: a regime, verranno a mancare al sostentamento delle università 1,2 miliardi di euro all'anno.
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Contro questa cura da cavallo, nella calura delle sessioni estive si stanno mobilitando tutte le università italiane, capitanate dalla Crui, la Conferenza dei rettori. Protesta Palermo. Vota una mozione durissima il senato accademico di Firenze. Si ribellano compatte le università del Friuli Venezia Giulia, compresa la prestigiosa Sissa, contro "il disimpegno dello Stato" dall'università. Si riuniscono in plenaria i senati accademici abruzzesi.

Si mobilita La Sapienza di Roma: in un comunicato addirittura paventa che "in queste condizioni non sarà possibile dare inizio al prossimo anno accademico". Una situazione drammatica, che mette a rischio molte delle 77 università italiane e delle loro ben 350 sedi. Alcune si preparano a una mobilitazione a oltranza, e ritengono che, rispetto all'emergenza economica, la leggina sulle fondazioni serva meno di un'aspirina. Altre, prevedendo i tempi magri, hanno messo al lavoro giuristi ed esperti sul modello-charity. Tra queste i politecnici, che già sono in prima fila nei buoni rapporti con le imprese private.

"Nel futuro la fonte dei finanziamenti non potrà essere solo il governo centrale, questa tendenza è ormai evidente", dice Francesco Profumo, rettore del Politecnico di Torino. è consapevole del fatto che la sua università è "un'anomalia", ricevendo solo un terzo dei suoi soldi dallo Stato, superato nei finanziamenti da fondi europei e regionali. "Il vantaggio evidente delle fondazioni per ora è solo quello fiscale: è difficile dare un giudizio su una norma così poco dettagliata", dice. E però: ben venga un "dibattito ampio" per cambiare i metodi di finanziamento e funzionamento delle università: "Io vedo un modello in cui ai flussi statali, che devono essere programmati, si aggiunga una legge regionale, i fondi dei privati per progetti specifici messi in competizione, e un forte ruolo delle fondazioni bancarie".


La regione per gli investimenti, la Compagnia San Paolo e la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino per i finanziamenti cash: la discussione sotto la Mole è già molto avanti. E prelude a un 'federalismo universitario' che farà storcere il naso a tanti atenei grandi e piccoli del Sud: ma "non possiamo pensare che tutte le università italiane siano uguali, tutte facciano ricerca, e tutte le sedi aperte in modo spesso eccessivo debbano restare come sono".

Non è un caso che, a Torino come a Milano come in Emilia Romagna, si guardi alle fondazioni bancarie, che sono tenute per statuto a spendere (anche) in ricerca sul territorio. Mentre dal fronte delle imprese private il piatto piange. Persino nelle isole felici dei politecnici, non è che le imprese brillino: a Torino i contributi dei privati coprono il 20 per cento del budget, non molto di più arriva dalle imprese al Politecnico di Milano, mentre nella media nazionale la quota dei privati è solo dell'8 per cento. "Pensare che correranno a portarci soldi solo perché diventiamo fondazioni, sarebbe da pazzi", commenta Marco Pacetti, rettore dell'Università Politecnica delle Marche, che fa notare come già adesso le università possano cercare e ricevere finanziamenti privati: la norma sulle fondazioni, a suo avviso, è "solo un totem ideologico, messo lì senza curarsi del quadro complessivo.

E poi, siamo seri, non si fa una riforma epocale con un articoletto di un decreto legge". Concorda Patrizio Bianchi, rettore a Ferrara, che sulla questione ha aperto un dibattito pubblico (leggibile in Rete) nella sua università: favorevole in linea di principio al modello-charity, Bianchi mette però in chiaro che, "così com'è scritta, la legge non va". Soprattutto perché niente garantisce che con le fondazioni cambi davvero il sistema di governo degli atenei. Sul punto, l'economista Roberto Perotti, della Bocconi, è caustico: "Succederà proprio come per le fondazioni bancarie, sarà opportunità di clientela per i notabili locali". Parere opposto a quello di Massimo Egidi, rettore della Luiss secondo il quale "la necessità di aprirsi al mondo esterno, all'impresa e all'economia, proteggerà dal rischio che si formi un board di politici bolliti".

Oltre alle regole su chi comanderà in ateneo, è oscuro anche il 'come': in particolare, ci si chiede se i prof saranno reclutabili 'all'americana', con contratti di mercato, oppure resteranno i vecchi concorsi. Il presidente della Crui Enrico Decleva chiede precise garanzie "sullo status giuridico dei docenti, oltre che sui flussi finanziari e sulla funzione pubblica delle università, per cui va finanziata anche la ricerca ritenuta economicamente non produttiva". Mentre secondo i fan del modello americano è proprio la liberalizzazione dei contratti dei docenti a fare la differenza: "Se c'è libertà di fare i contratti, di scegliere e premiare i migliori, c'è un cambiamento, altrimenti no", commenta Bruno Dente, economista del Politecnico di Milano. Ma questo dettaglio, non di poco conto, non è scritto nella legge.
(21 luglio 2008)

Modello americano: 30 miliardi all'anno

di Paolo Fantauzzi
Trenta miliardi di dollari nel solo 2007: non bisogna essere degli esperti per capire la rilevanza del fund raising nel sistema universitario americano. Elevatissimi costi di accesso, sostegno economico a favore degli studenti meritevoli, insufficienza dei trasferimenti statali, che anche negli atenei pubblici non superano il 40 per cento delle entrate: è su una concezione di supplenza del privato che si regge il sistema ...
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chi ha preso di più

Finanziamenti privati raccolti

(in milioni di dollari)

1 Stanford University 832,35

2 Harvard University 613,99

3 University of Southern California 469,65

4 Johns Hopkins University 430,46

5 Columbia University 423,85

6 Cornell University 406,93

7 University of Pennsylvania 392,42

8 Yale University 391,32

9 Duke University 372,33

10 University of ...
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Prof. Ing. Michele CIAVARELLA www.micheleciavarella.it mciava@lms.polytechnique.fr
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